Fenomenologia di Yuzuru Hanyu, il Piccolo Principe del ghiaccio

 

Intro
Un cronista cinese, dopo il programma di Yuzuru Hanyu all’Olimpiade invernale di PyeongChang2018, ha commentato con il brano di una leggenda:
“Il Fato disse al Guerriero: -Non puoi sconfiggere la Tempesta-, e il Guerriero rispose al Fato: -Io sono la Tempesta-“.
Hanyu è stato, è, e speriamo sarà colui che ogni volta sopravanza il Fato e la Tempesta nel pattinaggio su ghiaccio, qualcosa difficile da riassumere.
In Corea ha difeso e confermato, a 23 anni, l’oro olimpico conquistato a Sochi nel 2014. Il primo atleta, in 66 anni (dopo Dick Button, USA, 1948 e 1952), a compiere l’impresa di due titoli consecutivi maschili (tra le donne, la meravigliosa Katarina Witt, 1984 e ’88).
Ha iniziato vincendo vari appuntamenti juniores, in Giappone e a livello internazionale, poi oro a Barcellona nel mondiale 2015 ed Helsinki 2017, in categoria senior, superando ogni volta i precedenti record di punteggio, personali e quindi assoluti. Nessuno come lui.
La coreografia del programma libero presentata in Finlandia, aprile 2017, è stata considerata in modo unanime la più grande – difficile, artistica, perfetta, bella – di tutti i tempi.
I nostri tempi, da una decina d’anni a questa parte, sono definiti per chi pattina sul ghiaccio “the quad era”, l’epoca dei salti quadrupli (tutti tranne l’Axel, per adesso, in quanto il più difficile: 4A). C’è stata e c’è una vera corsa dei massimi campioni a presentare salti quadrupli nei programmi: sempre di più, sempre più spostati verso la fine dell’esercizio, quando la stanchezza aumenta e di conseguenza l’esecuzione vale maggior punteggio. In questo Hanyu è sempre stato stupefacente, ma anche quando ha eseguito un minor numero di quad rispetto agli avversari il voto ottenuto è stato superiore, perché la qualità delle sue esecuzioni è inarrivabile.

Biografia
È nato a Sendai il 7 dicembre del 1994. Ha cominciato a pattinare a quattro anni, seguendo la sorellina maggiore. Soffre da sempre di asma.
A nove anni – ha raccontato molto tempo dopo a una platea di giornalisti nipponici affamati di notizie – aveva pensato di smettere,  ma poi si era detto (a nove anni!) che non voleva buttare via i cinque precedenti in cui si era già sacrificato per questo sport. C’è su YouTube un’intervista in cui, ancora bambino, dice con un gran sorriso di voler vincere l’Olimpiade (fatto!). L’elenco dei suoi progressi si trova in dettaglio su Wikipedia. Certamente i tecnici l’hanno notato ancora in età precoce, prima come una promessa, poi una certezza, poi un fenomeno, un campione, una star.
Nel marzo 2011 la sua città è stata distrutta dal maremoto seguito alle scosse di nono grado Richter nel Tōhoku. L’impianto in cui si stava allenando con altri atleti è collassato (per la rottura delle tubature); ne è uscito camminando carponi fra le strutture cadute. Lui e famiglia sfollati per alcuni giorni. Quasi 16.000 morti, oltre a migliaia di dispersi e feriti.
In questa devastazione, i suoi connazionali con una raccolta fondi gli hanno dato la possibilità di continuare ad allenarsi altrove. Vinta l’Olimpiade, Hanyu ha ricordato la solidarietà avuta. È stato festeggiato con una parata fra due ali di folla di oltre 90.000 persone. Ha organizzato un gala per la sua città con campioni di tutto il mondo (tra cui Evgeni Plushenko, il medagliato russo, di cui è amico) e raccolto circa 150.000 dollari. Continua a fare donazioni alla comunità colpita ed è ambasciatore della Croce Rossa giapponese. C’è chi vorrebbe candidarlo al Nobel per la pace.
Fino al 2012 è stato allenato dall’istruttrice Nanami Abe. Poi si è trasferito in Canada, a Toronto, per lavorare con Brian Orser, ex pattinatore e talentuoso coach di un altro grande del pattinaggio, lo spagnolo Javier Fernandez (gran bel ragazzo, grande atleta). Hanyu racconta che ha voluto lavorare con Orser perché ammirato dai quadrupli di Fernandez. I due hanno condiviso allenamenti e gare. Grandi amici… forse qualcosa di più, su YouTube ci sono decine di filmati con sottofondo di musica romantica che li ritraggono in momenti di grande tenerezza: vengono soprannominati Yuzuvier. Comunque Fernandez, a 27 anni, si è appena ritirato dalle competizioni ed è tornato a vivere a Madrid.
A Sochi, Olimpiade invernale 2014, Hanyu ha presentato un programma corto (short program) pieno di “fuochi d’artificio”, come ha commentato una giornalista in telecronaca, brillantissimo (il primo programma nella storia del pattinaggio a ottenere più di 100 punti). Il libero del mondiale 2015 a Barcellona, Seimei il titolo della musica, resta il mio preferito (record assoluto di punteggio, 330,43, nella tappa in Giappone), nonostante la maturità dell’incredibile Hope & Legacy (mondiale di Helsinki 2017, appunto), certamente sbalorditivo, e per il quale i commentatori non trovavano più aggettivi adeguati (“mesmerical” è uno che ricorre). Da non perdere, dopo questa prestazione, il momento cosiddetto Kiss&Cry, quando si aspetta il voto, con Brian Orser e Tracy Wilson (ex pattinatrice canadese, allenatrice, coreografa) incredula! Anche tra i fan il più gradito – secondo un recente sondaggio – è quest’ultimo, eppure per riconfermare il titolo olimpico nel 2018 Hanyu ha scelto di riproporre Seimei.
La sua apparizione più recente è stata alla Rostelecom Cup a fine 2018, in Russia, conclusa con l’oro. Con la caviglia destra dolorante (quella su cui si atterrano i salti), ha voluto partecipare per rendere omaggio al Paese in cui ha cominciato ad affermarsi. Ha gareggiato sotto potenti antidolorifici, ha raggiunto il podio con le stampelle (gira un filmatino in cui, dietro le quinte, si allena a saltare su una sedia col piede sano, per poterlo rifare alla premiazione senza aiuto, con eleganza).
A successive competizioni, anche in Giappone, non ha potuto partecipare. Pare che riprenderà a gareggiare a marzo 2019. E secondo quel che fa trapelare l’allenatore, forse da Hanyu arriverà – prima o poi – il quadruplo Axel. E sarebbe leggenda.

Estetica
Hanyu è alto 1 metro e 72 e pesa 53 chili. Ha una struttura fisica longilinea, delicata, flessuosa, molto diversa da quella dei pattinatori in genere, certamente atletici  ma spesso più solidi.
Il campione giapponese ha un viso molto carino, un sorriso limpido, sguardo furbo… nell’insieme, sembra uscito dritto dritto da un cartone manga.
L’ossatura delicata è probabilmente la causa dei suoi continui problemi alla caviglia destra, per la mostruosa quantità di tripli e quadrupli che allena continuamente.
I salti.
Sono la parte tecnica più impegnativa e spettacolare del pattinaggio artistico. Da sempre, presa velocità, lo stacco si imposta, si prepara con una sorta di rincorsa, le braccia trovano il giusto equilibrio e aiutano lo slancio e la rotazione. Questa ricerca dell’assetto, tuttavia, per quanto ovviamente indispensabile e accettata, ha sempre creato una frattura anche nel più elegante dei programmi. Anche nei più sublimi liberi di Carolina Kostner (secondo me lei a volte è proprio sublime) questa fase di impostazione interrompe la magia. È una cosa che ho sempre notato con dispiacere.
Hanyu ha cancellato questo problema. Ha dichiarato una volta che i salti sono di certo la parte più atletica del programma artistico, ma se sono eseguiti in modo perfetto diventano arte anch’essi. I salti di Hanyu non sono preparati: sfruttano una rincorsa velocissima e senza cesure  (certamente, anche altri fanno così…) creata ruotando su se stessi (un po’ come chi lancia il disco o il martello), ma spesso “spuntano dal nulla”, come sottolineano in cronaca, ma con entrate davvero ardue. Hanno elevazione, lunghezza non comuni, e atterraggi come se il ghiaccio fosse panna, morbidissimi e subito scivolati. Il passaggio dal salto ai successivi elementi della coreografia non c’è; prima ancora di toccare terra, la gestualità è già subito di nuovo immersa nella partitura, con transizioni anche difficilissime.
I passi coreografici, la musica
Gli spettatori e i fan vanno in visibilio non solo per i salti ma anche per le straordinarie sequenze coreografiche di passi velocissimi e armoniosi di Hanyu. La ricerca estetica (costumi elegantissimi compresi) è maniacale. Trovo addirittura rivoluzionario l’uso delle braccia, come in un continuo lago dei cigni. Se altri atleti usano gli arti superiori soprattutto per cercare spinte ed equilibri, il giovane giapponese costruisce ogni volta una trina di movenze piene di dettagli suggestivi, e questo in una trama di grande rigore gestuale.
Il tutto è cucito sulla musica in un fluire continuo. Rivoluzionario anch’esso perché ogni tempo, ogni accento della partitura ha una corrispondenza libera e naturale nei passi, nei salti, nelle elaboratissime trottole. Insomma: si passa dall’opera lirica con parti orchestrali, arie e recitativi secchi che si alternano, all’ipnotico flusso della musica modale…
Nel programma su brani del Fantasma dell’Opera, Hanyu atterra un salto quadruplo nella precisa frazione di secondo in cui l’orchestrazione esplode in un accento forte. La musica a un certo punto si sospende e Yuzuru chiude la mano a pugno come se fosse lui a interromperla. Il suo programma è nella musica, è la musica.
Di Seimei non mi stanco di guardare la semplicissima sequenza di passi sulle battute ritmiche centrali, con le braccia scostate dal busto, aperte di lato, così essenziale, così imperiale.
E poi c’è il corto sulla Ballata n. 1 di Chopin, dove una veloce scala al pianoforte sembra suonata da Hanyu che saltella coi pattini sulla tastiera.

Olimpiade 2018. Da sinistra Shoma Uno, Yuzuru Hanyu, Javier Fernandez

Etica
Hanyu attualmente frequenta un’università per corrispondenza. Studia scienze cognitive, e ogni  indagine su questo argomento è finalizzata al pattinaggio. In un bel documentario ci mostra i suoi quaderni di appunti su modi, tempi, forze, spinte che portano a un salto. All’inizio del libero Seimei si sente un respiro. È il suo respiro, nel doc mostra come l’ha registrato – a volte edita lui la sua musica – e spiega che l’ha fatto perché gli infonde calma e gli dà un ritmo.
È uno dei tanti aneddoti da cui partire per raccontare il carattere di questo campione.
Come ha dichiarato Fernandez in un’intervista, Hanyu ha una mente brillante. Lo si percepisce subito anche osservando semplicemente il modo repentino con cui passa dalla massima concentrazione, prima e durante la gara, alla più fanciullesca freschezza quando ha finito, saluta e ringrazia pubblico e coach, e scherza con lui.
Ha una mascotte, Winnie the Pooh, che è sempre “al seguito”, anche a bordo pista. I fan gliene lanciano a decine, centinaia dopo le gare. Lui li destina in beneficenza.
Essendo giapponese, non può meravigliare una particolare educazione. Eppure Hanyu anche in questo si distingue. Appoggia la bandiera nazionale su una balaustra, perfettamente piegata. Il suo connazionale Shoma Uno la mette lì accanto senza cura. È omaggiato ovunque, ma cede sempre il passo a tutti. Aiuta gli addetti alla pista a riparare i buchi che si formano nel ghiaccio; aiuta a spostare un macchinario e, quando gli dicono di non disturbarsi, risponde che lui è un atleta, non un divo (per la verità, in Giappone e non solo, è anche questo)…
Il senso del dovere, di disciplina, di rispetto per il suo pubblico s’è visto tutto già nel 2014 in Cina, quando a pochi minuti dall’entrata in pista – fase di riscaldamento già con il costume di gara – si scontrò con un concorrente cinese e cadde a terra tagliandosi su una tempia e sul mento: che botta, ragazzi! Aiutato a rialzarsi, medicato, fasciato in testa, ha voluto gareggiare (scelta assai criticata perché rischiosa, da kamikaze, diciamolo), è caduto su cinque salti (non facile accettare di mostrarsi così vulnerabile e imperfetto), ha voluto attendere il punteggio, sudato, ferito, punteggio che, ovviamente decurtato per gli errori, gli ha comunque consegnata la prima posizione (il filmato fa veramente impressione). Solo a quel punto Yuzuru scoppia a piangere disperato (davvero sangue sudore e lacrime come da copione), finché non arriva il medico giapponese che, con assoluta calma zen, dice a Brian Orser: – È sotto choc -.

Desideravo far conoscere questo atleta e le sue competizioni che rimarranno nella storia, e sono una consolante testimonianza di intelligenza, determinazione, sacrificio e bellezza. Forse diventeranno leggendarie: 4A, si legge in un suo appunto. E volevo anche presentare un giovane uomo dal comportamento umile ed esemplare non solo sul ghiaccio.  Un essere umano che dà speranza, come il motto di questo blog, “Vedo la Terra blu”: anche il ghiaccio in purezza è blu.
Faccio la mia piccolissima parte, aspettando e augurando nuova gioia.
#happynewyearYuzu #getwellsoonYuzu #arigatoyuzu

Ultim’ora: una bella notizia, Javier Fernandez è tornato a Toronto. Per Yuzu?

 

 

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Tempo di libri-Ma anche di Wattpad!

Ieri, tra i primi incontri che ho seguito, mi ha veramente spiazzata “Ogni epoca ha il Dickens che si merita” (bel titolo). Mi sono trovata catapultata in una realtà di scrittura giovanile a me sconosciuta, rappresentata da Sabrynex, 17enne che a 14 anni ha cominciato a pubblicare su Wattpad, una piattaforma in cui puoi scrivere un romanzo, a puntate (il punto comune con Dickens è la serialità, visto che anche questo autore pubblicava a puntate su riviste), ricevere in tempo reale i commenti di chi ti sta leggendo, modificare, volendo, la trama e i personaggi, se i pareri ti sono utili e li trovi convincenti.
Ora Sabrynex, dopo i milioni di contatti su Wattpad ottenuti da Over, ha pubblicato con Rizzoli Over2, snobbando la piattaforma, sulla quale questo secondo lavoro non compare.
Per poter dare un’occhiata, mi sono dovuta appunto iscrivere al sito (cosa semplicissima), nei cui scaffali compaiono titoli soprattutto di genere fantasy, o storie d’amore (Over sta per “Un’overdose di te”). Sono sincera, se la scrittura si chiama scrittura e non chiacchierata senza filtri (né grammatica, né logica, né struttura, o neppure almeno un vago ritmo narrativo) una ragione per me ancora c’è. Tuttavia questi nuovi linguaggi, caotici e disarticolati, queste forme di aggregazione e interazione vanno rispettati e capiti. Sono molto contenta di aver seguito questa presentazione. Davvero era tutto nuovo, e incredibile, per me.

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Cronache del Tempo di libri-Il tempo dei cataloghi

Mio obiettivo principale alla nuova fiera libraria di Milano, edizione numero 1, oggi era cercare di recuperare dalle case editrici i cataloghi generali delle loro pubblicazioni.
“Ai miei tempi”, infatti, in redazione ne avevo uno scaffale pieno, ed era piacevole e utile sfogliarli, spulciarli, confrontarli, per scegliere i libri da recensire secondo un filone mio personale, a fronte però di una serie di proposte squadernate sulla scrivania, sempre più affollata di volumetti, dispense, comunicati.
La morìa dei cataloghi dello scorso decennio è stata causata dalla “crisi”: ovvio; ma speravo che si fosse voltata pagina, anche sull’onda dell’ottimismo che la nascita di un nuovo appuntamento editoriale porta con sé. In realtà, dal giro di oggi, la situazione appare ancora variegata: in genere le case editrici nuove e piccole ci tengono ad avere un catalogo cartaceo (non si può lavorare con solo mail, segnalazioni, o “consultando il sito”!), mentre alcuni dei brand storici non si sono ancora riattrezzati.
Comunque mi ha fatto piacere constatare che la mia nostalgia è condivisa, e sono chiare le motivazioni professionali, il desiderio di avere un panorama ampio da valutare, per segnalare, valorizzare il meglio. Uso twitter, leggo il quotidiano sull’iPad, curo un blog – questo – ma spero che prima o poi, a un salone/fiera del libro un editore mi venga incontro dicendo “Madamina il catalogo è questo …”.
In ogni caso, una bella giornata :-))

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SIRIANI IN PRIMO PIANO: le foto di Anna Ruggieri.

occhi azzurri A 2

Mentre Matteo Salvini soffia sul fuoco delle nostre contraddizioni con l’implicito slogan #noaccoglienza, il Paese reale, più ampio di quanto non si creda, alla Stazione centrale di Milano assiste i profughi siriani con cibo, abiti, giocattoli, prodotti per l’igiene personale. In questa città aperta da sempre, gli esuli accampati nella stazione sono assistiti, rifocillati, protetti da operatori specializzati e numerosi cittadini; senza retorica, com’è tipico del capoluogo lombardo. Ma il Paese reale va da Lampedusa a Bolzano. Anche nel capoluogo altoatesino, infatti, gli abitanti si danno da fare numerosi per aiutare chi non ha più nulla, come ha raccontato, quasi con meraviglia, un operatore umanitario a Radio Tre, in questi giorni di fine giugno 2015. Anche in Francia c’è una comunità che passa il confine, arriva a Ventimiglia e, insieme con i cittadini italiani, soccorre i siriani degli scogli. Lo stesso a Roma, fra i migranti della Stazione Tiburtina.
Don Gino Rigoldi in questi giorni ha detto: “Guardarli in faccia” prima di dire no. Ed è certo che quando li si vede da vicino, li si guarda negli occhi, in fuga da guerre e regimi o dalla fame, o si ascoltano le loro storie, ecco che si annullano le distanze culturali e ideologiche tra noi e loro; e la solidarietà con gli stranieri per molti diventa un’esigenza interiore insopprimibile.

C’è chi, dopo averli guardati, ha sentito il bisogno di divulgare il loro infinito esodo e i loro sentimenti: uomini, donne, ragazzi, bimbi e neonati partiti dalla Siria e in fuga verso la ricca e pacifica Europa. La fotografa Anna Ruggieri fra marzo e maggio del 2014 è andata a incontrarne alcuni a Catania, a Milano e fino in Svezia, a Malmö. Col loro permesso ne ha ritratto i volti, e ha costruito un reportage inatteso e spiazzante, dalle caratteristiche uniche.
Tornati in mostra a Milano, nella fermata del passante ferroviario di Porta Venezia fino al 30 di giugno, i 29 scatti di Siriani in transito, accompagnati da ampie didascalie e testimonianze, erano già stati esposti per la prima volta in questa città nel dicembre 2014, per poi toccare altre sedi. Inoltre, dal 23 di giugno la gallery è anche a Bruxelles.

La carrellata ha un’impronta personale fortissima. Niente degrado, scene drammatiche, esplicito dolore. A partire da una dignità e bellezza che è già – evidentemente – nei soggetti ritratti (nonostante la crudele esperienza che vivono), l’autrice accentua l’eleganza estetica delle immagini e costruisce una equilibrata sintesi tra foto d’arte e reportage-verità, qualità non comune che le è già stata riconosciuta a proposito di suoi passati lavori.
A leggere le testimonianze riportate tra foto e foto – quelle di un esodo come sappiamo costellato di disagi e incognite – proprio non ci si aspetta la sequenza di volti giovani e adulti, maschili e femminili, che trattengono dentro di loro, con sconcertante riservatezza, sofferenze e spaesamento, senza farli trapelare.

Mani curatissime, abiti in ordine, capelli ben pettinati …: quasi ci si vergogna quando scopriamo di notare con meraviglia tali dettagli. Ma ciò conferma che la scelta dell’autrice è stata vincente, in quanto ci impedisce di distrarci con elementi di disturbo, sgraziati o miserevoli. Questo, naturalmente, senza nessuna forzatura o travisamento della realtà. C’è però, anche nella denuncia delle sofferenze di un popolo, un’impronta stilistica che non cede mai all’effetto ricattatorio. I telegiornali sono pieni di immagini di degrado che denunciano le terribili condizioni in cui vivono, tra noi, questi disperati. Invece, in questa carrellata, Anna Ruggieri affida ogni sottolineatura critica a minuti dettagli – l’orlo di una tuta – che non urtano e non scandalizzano, ma che ci inchiodano comunque a una distanza-prossimità davvero definitiva. Sono come noi, sono noi, siamo …

piedi BUn altro elemento è caratteristico di questa intensa testimonianza per immagini. Colti fra Catania, Milano, la Svezia, i ritratti sono per la maggior parte primi piani di volti, di cui non è possibile individuare lo sfondo o il contesto. Anche le foto che inquadrano figure intere e un minimo di ambiente sottostanno alla regola del non-luogo. Sebbene la mostra sia tripartita per località, la maggior parte degli scatti non aiutano a comprendere dove ci si trova. Chiusi nei centri di accoglienza, o nelle case che li ospitano, i siriani in fuga – questi visi, bimbi in braccio ai loro papà, giovani seduti sui gradini di una scala condominiale, donne composte, avvolte nei loro fazzoletti drappeggiati, raramente in un esterno – potrebbero benissimo essere a casa loro!
Quindi si impone il pensiero che non è così, l’idea dei patimenti vissuti, ciò che non potranno mai dimenticare: se, davanti a questi visi e questi occhi si compie una riflessione del genere, l’effetto è potente, al pari di una inquadratura esplicitamente drammatica.

lui documenti B

Attraverso foto che – a questo punto, dopo aver cercato di spiegarle – non sembri blasfemo definire glamorous, l’autrice ci mostra ancora una volta ciò che in questi mesi, giorni, tutti ci stanno mostrando, in televisione, sulle pagine dei giornali e nei siti web; ma lo fa con una cifra unica. In bilico fra cruda realtà e ideale estetico, di grande forza e nello stesso tempo incantevole.

www.annaruggieri.com
www.sirianintransito.com

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LE CITTA’ DAL TRAM: foto di Tonino Sgrò

Dublino

Dublino

Leksis, apprezzato studio editoriale di Milano (www.leksis.it), è proprio un bel posto. Ci si incontrano persone come Tonino Sgrò, fotografo, ora molto preso – ossessionato, dice lui – da un suo progetto che ha chiamato Trambusti lineari: le città, le metropoli, fotografate dai mezzi pubblici di superficie – tram e autobus – che le attraversano.
Si tratta di un work in progress – di cui peraltro ha già parlato e pubblicato alcune immagini D di Repubblica – completo per quanto riguarda Milano, Torino, Napoli e Dublino (dove Sgrò è salito su tutte le linee), e ancora in corso d’opera a proposito di Roma, città in cui l’autore ha preso circa metà delle 400 linee esistenti. Ho chiesto di poter vedere qualche scatto, e mi ha colpito la forza di queste immagini che nascono da un approccio tutto sommato a portata di mano, quasi ovvio.
Dice Tonino Sgrò: “L’idea è nata in modo molto semplice: nella primavera del 2008 avevo rotto la Vespa e per andare a lavorare prendevo il tram, guardavo fuori dal finestrino, mi capitava di ‘vedere’ una foto ma non avevo la macchina fotografica, ciò mi lasciava un po’ di amaro in bocca. Per evitare i rimorsi ho iniziato a tenere la macchina a portata di mano così ho scattato la prima foto e non mi sono più fermato. Dal rimorso sono passato all’ossessione…”.
Con l’andare del tempo, questo inizio quasi casuale ha assunto maggiore spessore, si è caricato di significati, forse proprio osservando le immagini che a mano a mano la macchina fotografica fissava per sempre. Il sistema circolatorio del corpo-città è diventato una chiave di lettura illuminante (la più illuminante?) della forma-metropoli proprio osservando soggetti, scorci urbani, luci, inquadrature già catturati. Niente, infatti, a mio avviso, è più accidentale, fortuito, effimero di un volto, un gesto, un sorriso colto al volo da un mezzo pubblico mentre passa e va. Ma di questo ampio reportage sono affascinanti anche le immagini più statiche, quando il mezzo si ferma (al capolinea, a un semaforo, o in un ingorgo) e l’inquadratura è chiusa dall’immobilità di un muro, un palazzo, o dalla notte.
Altro elemento narrativo emozionante è poi il rapporto fra città e campagna, centro e periferie, verde e cemento, come quando si passa dalle vetrine scintillanti all’abbandono e al degrado, dai palazzi nobiliari ai casermoni-alveare, dai ragazzi con in mano il drink della movida ai barboni, che si immaginano col cartone di vino del supermercato.
Un mondo. Tutto il mondo.

Milano 2008-2009, via Bramante, tram 12

Milano 2008-2009, via Bramante, tram 12

Sgrò spiega ancora: “Nelle metropoli contemporanee la mobilità è un fattore sempre più centrale. Un movimento incessante di persone e veicoli che, come colonie di formiche, si spostano originando flussi incontrollati da un estremo all’altro del territorio cittadino. Il solo modo per gestirli è incanalare questi mille rivoli in collettori che come arterie, vene, capillari assicurano la circolazione entro il ‘corpo urbano’. Evitando il caos. A questo scopo i mezzi pubblici hanno un ruolo imprescindibile. Essi sono infatti uno dei collettori fondamentali della città-corpo, costituendo la spina dorsale su cui il movimento si realizza e consentendo di gestire i flussi di queste ‘colonie’. Ogni linea è un filo di Arianna che facilita l’orientamento. La matassa delle linee è intrecciata in modo che ogni filo che si dipana conduca a una meta: usare i mezzi pubblici permette di non smarrirsi e di raggiungere qualsiasi punto della città.”
Guardando le foto da spettatore si prova anche un vago senso di smarrimento. Sgrò si definisce il fotografo di scena durante lo spettacolo che si svolge “sul palcoscenico della città-scenografia”; ma questo palcoscenico (la vita stessa, come direbbe Shakespeare) è una “città camaleonte”, è uno “smisurato contenitore”, mutevole, e infine inafferrabile. E ciò che l’obiettivo coglie sono in fondo attimi.
Questo lavoro mi piacerebbe vederlo in mostra, da qualche parte. Sgrò, intanto, continua a fotografare. A Milano, dove vive, lo fa per rilassarsi, dice. Se lo individuate, a bordo di qualche mezzo, chiedetegli l’autografo.

Milano 2008-2009, tram 9, preghiera in piazza IV Novembre

Milano 2008-2009, preghiera in piazza IV Novembre, tram 9

 
 

 

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AMAZON, il lato oscuro

In questi giorni gira su internet il filmato dei droni di Amazon che, nei sogni del fondatore, tra qualche tempo voleranno dai magazzini all’acquirente per consegnare libri, o altro (Amazon ormai vende dai lettori Kindle alle motozappe), a tempo di record (esperti lo ritengono un sogno irrealizzabile, vedi www.ilsole24ore.com).
È l’ultima ambizione di Jeff Bezos, e del suo marchio di e-commerce, che fattura – 2012 – 62 miliardi di dollari,  con 89 centri logistici in tutto il mondo che occupano 100 mila persone. Simili exploit in meno di 20 anni hanno spinto a un’inchiesta Le Monde diplomatique (www.monde-diplomatique.it) che, sul numero di novembre 2013, pubblica un resoconto a firma Jean-Baptiste Malet. Il racconto è da girone infernale, sia nei magazzini Usa sia in quelli europei, otto in Germania, dove si evidenzia una integrale sospensione dei diritti dei lavoratori. Luoghi squallidi, vicino a svincoli autostradali, senza finestre né aria condizionata, che in estate raggiungono i 40 gradi o, d’inverno, temperature polari come è successo in Francia, dove si è ottenuto il riscaldamento dopo uno sciopero dei dipendenti.  “È anche così che Amazon ha catapultato il suo fondatore al 19simo posto nella classifica mondiale dei miliardari.”
L’Associazione dei librai Usa stima che a causa di Amazon si siano persi 42.000 posti nel settore, sostituendo lavoro qualificato in una libreria con mansioni ripetitive e sottopagate. Il “grande fratello” controlla la velocità con cui i dipendenti si muovono fra i bancali, diffonde musica hard-rock a tutto volume, controlla pause e distrazioni. Proibisce ai dipendenti di parlare del lavoro anche ai familiari, e alcune delle dichiarazioni raccolte sono anonime per timore di ritorsioni. Una folla di disoccupati in cerca di reddito accetta condizioni disperate anche fuori dai capannoni. Immigrati spagnoli, polacchi, cinesi, dormono in squallide baracche nei dintorni del magazzino, per contratti di pochi mesi, o solo per il periodo natalizio quando, negli Usa, Amazon vende fino a “trecento articoli al secondo”.
Amazon ha una banca dati con le prestazioni di ogni lavoratore e invita alla delazione. I sindacati faticano moltissimo a coinvolgere gli operai, a loro volta sfiancati da turni di lavoro massacranti, durante i quali percorrono circa 20 chilometri (sottostima) fra gli scaffali, passando da un prodotto all’altro, agli ordini di un computer.
D’altronde, tutti sono coscienti che Amazon vuole liberarsi il più in fretta possibile dei lavoratori “umani”. Bezos vuole robotizzare tutto, non solo la consegna, e sta investendo moltissimo per questo.  Se lo può permettere visto che tutti gli ordini d’Europa sono fatturati in Lussemburgo. Con un astuto meccanismo finanziario, una società con un fatturato di 10 miliardi di dollari può dichiarare solo 20,4 milioni di profitti. E, sempre con residenza in Lussemburgo, la Holding di Amazon Europe “alla fine del 2011 aveva accumulato 1,9 miliardi di euro di riserve, senza avere un solo dipendente”.
Anche in questo caso l’Europa latita, o è complice.

 

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TWITTER, what else?

Battaglia all’ultimo utente tra i social media Facebook e Twitter, e rivalità fra seguaci dell’uno o dell’altro, come se si trattasse di un derby che decide uno scudetto.
Io non posso dire del primo, che conosco per sommi capi (anche se ho molto apprezzato libro e film sull’incredibile avventura del fondatore, Mark Zuckerberg).

@AngelaMessina87

Mentre mi sono appassionata al mondo dei cinguettii, dove seguo e sono seguita.
Forse mi sbaglio, ma questa contrapposizione mi ricorda i primi tempi dei computer in redazione: gli albori di Internet e dei CdRom. Ci si schierava per l’uno o per gli altri, come se si potesse paragonare l’universo – allora ancora in espansione – del web, con dei dischetti dal contenuto ricco ma finito.
E infatti, sono finiti per sempre proprio i dischetti.
Tabloid (rivista dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia) riporta nel n. 1-2013 un articolo di Paul Lewis, responsabile dei progetti speciali del Guardian, quotidiano inglese con una versione on line curatissima (www.guardian.co.uk); infatti è il terzo sito giornalistico web al mondo per contatti, dopo il New York Times e The Mail online, sito del Daily Mail). Lewis nel suo lavoro di cronista sul campo ha sperimentato l’utilità di Twitter più volte, e scrive: “I social media come Facebook non sono così rilevanti per il giornalismo, a mio avviso, perché sono sostanzialmente tecnologie chiuse. Ma Twitter è rivoluzionario. È il modo più veloce che abbiamo mai visto nella storia per trasmettere notizie. Inoltre non è gerarchico ma rappresenta una forma orizzontale di comunicazione. Adesso tutti nel mondo possono comunicare con me e io posso comunicare con tutto il mondo. Non c’è mai stata prima d’ora una tecnologia che ci dava questa possibilità”.
Credo che questo parere ponga con chiarezza il problema. Anche se molti lo conoscono per i pettegolezzi delle star del cinema, con i loro milioni di seguaci, Twitter è fantastico per l’informazione più seria. Ed è un mezzo totalmente aperto. Universale.
Io posso seguire le news di chiunque (dal Papa a Lady Gaga), ma in particolare di tutte le testate e di tutti i giornalisti del mondo che sono su Twitter, o anche di chi sta manifestando al Cairo, o dà, prima di Obama, notizia della cattura di Bin Laden (è andata proprio così). Posso essere aggiornata in diretta sui fatti più recenti, posso vedere foto e trovare link ovunque e su qualunque argomento. Molto più che con le notizie d’agenzia, e molto più velocemente. Posso a mia volta fare lo stesso: informare, aggiornare, mandare foto, opinioni su quanto mi interessa far conoscere. Inoltre, l’esperienza del limite dei 140 caratteri è stata per me una discreta sfida. Perché, oltre a dover essere incisiva, scegliere i termini, affinare il linguaggio e, ovviamente, mettere bene a fuoco il concetto che voglio esprimere e far capire, in modo ancora più sottile sento che Twitter mi impone anche uno stile tutto suo. Naturalmente ognuno scrive come gli pare, e tuttavia si è più efficaci quando si asseconda il tono – tutto particolare – che il passerotto azzurro suggerisce. Come si sa, anche il mezzo dà delle regole di forma. Non si può scrivere una tesi di laurea come un articolo di quotidiano, quest’ultimo come un pezzo per un mensile; né una lettera privata come un tema al liceo e così via. E quindi preferisco questo mondo a quello delle parole in libertà, delle richieste di amicizia (su Twitter non c’è nulla da chiedere) di Facebook. Che è sicuramente ancora prezioso, eppure vittima di un calo d’interesse e spesso travolto da problemi legati alla privacy. Ultimo, lo strano caso di Brandon Copley, che ha scoperto una falla nel sistema e scaricato 2,5 milioni di numeri di telefono degli utenti (vedi articolo di Nicola Di Turi su Corriere.it-Tecnologia del 30 giugno 2013). Facebook gli ha fatto causa per il danno d’immagine, e non è ancora finita. Intanto il passerotto cinguetta beato, sempre di più.

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SPEAK UP è per sempre

Confesso di avere un rapporto piuttosto nevrotico con la lingua inglese. La amo. La studio da sempre, cerco di coltivarla come posso, e penso sempre di non saperla affatto. Ciclicamente mi iscrivo a un corso, chiedendo di poter ricominciare dalle basi. Oppure acquisto lezioni su dvd, e ogni volta riparto da what’s your name. Mi deprimo quando ascolto uno speaker o una canzone (rap magari) senza capirci molto. E in quei casi il problema è che non ho parametri per sapere quanto è difficile quello con cui mi sto mettendo alla prova.
Intendiamoci: con l’inglese all’estero me la cavo bene, leggo con piacere riviste come il New Yorker, pur non cogliendo tutta la terminologia; e devo ricordare la mia passione per la letteratura, fin da quando all’università traducevo i sonetti di Shakespeare o le poesie di John Donne, con il grande professore Agostino Lombardo, leggendo e studiando sull’Oxford Dictionary: in alcuni casi pagine e pagine su un solo lemma.
Negli ultimi mesi ho ripreso a seguire Speak Up – un mensile che ho visto quasi nascere, quando lavoravo nella casa editrice De Agostini – e d’improvviso mi sono tranquillizzata. Ho ritrovato una bellissima rivista, ben fatta, che non trascura mai la sua primaria funzione didattica, e comunque è sempre attenta all’attualità, un news magazine con articoli ampi e notizie flash piacevoli da leggere, e con le quali si può fare conversazione … anche in italiano. Infatti, oltre alla puntualità esplicativa delle note grammaticali, sono l’attualità dei temi trattati, la freschezza delle notizie, l’attingere, fin da molte delle copertine, alle novità cinematografiche, ciò che rende Speak Up sempre up to date. Ho comprato alcuni numeri su carta, con il cd per ascoltare le interviste e fare esercizio, poi sono passata alla versione per iPad, divertente, con le parti sonore indicate all’inizio del relativo articolo, contenuti extra, piccole animazioni, e un legittimo amarcord di pezzi usciti in passato: tutto, sempre con l’indicazione del livello di difficoltà della lingua. Mi piace particolarmente la rubrica Where are they now? Per scoprire che fine hanno fatto icone dello sport e dello show biz, da Mark Spitz (7 ori nel nuoto a Monaco ’72) alla modella Twiggy, a Debra Winger, Tony Blair. Per non dire del celebre giornalista Peter Arnett che ricorda la sua intervista a Saddam Hussein. Con Speak Up ho scoperto la cantante Rebecca Ferguson – una voce che mi piace moltissimo – vincitrice dell’X Factor inglese. Il cinema, come già detto, prevale su tutto: dalle novità, sempre tempestive (il Lincoln di Spielberg, il Grande Gatsby con Di Caprio), ai brevi spezzoni video con – per esempio – alcuni superclassici dei Monty Python.
L’elenco sarebbe lunghissimo, dagli articoli sulla vita nelle città anglosassoni (This is England) alle infinite, divertenti rubriche (What’s Happening), alle notizie di costume, come i pianoforti messi a disposizione nei luoghi pubblici da un artista inglese, Luke Jerram. C’è spazio naturalmente anche per la letteratura: raccontini dell’orrore da piccoli brividi per adulti, o monumenti classici, come Dickens, di cui sono riproposte alcune pagine con testo a fronte.
Essendo io molto appassionata di libri, sento solo la mancanza di una piccola sezione che aiuti a orientarsi nella scelta di un romanzo in inglese. Siamo in estate, e leggere sotto l’ombrellone in lingua originale Agatha Christie o Virginia Woolf o qualche pocket Penguin (dalle meravigliose copertine, carta leggera, formato perfetto), è utile e fa un sacco di scena. Come orientarsi, dunque, nelle difficoltà della lingua? Elementary, intermediate o advanced: come suggerito dalla rivista per i testi e i brani audio?
Natalia Aspesi, in un’intervista ha raccontato di aver imparato l’inglese proprio con le avventure di Miss Marple e Mr. Poirot. Sì, ma poi? Io ho amato il meraviglioso, cristallino inglese di Kazuo Ishiguro (The remains of the day): chi l’avrebbe detto? E all’inglese di Agatha Christie preferisco quello di Sir Arthur Conan Doyle (The Hound of the Baskervilles). Insomma, penso che un trafiletto con qualche indicazione del genere sarebbe utile. Per esempio, per suggerire di lasciar perdere Denti Bianchi (White Teeth) di Zadie Smith. Un libro importate, giudicato in modo entusiastico dalla critica, che ha reso celebre e autorevole questa scrittrice inglese, di madre giamaicana,  in tutto il mondo. Ma un libro dallo stile troppo sperimentale, di cui non ho capito nulla neppure in italiano.

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ESPERIENZA CROCE ROSSA

Dopo un inverno felicemente trascorso senza il minimo malanno, in questo dissennato mese di maggio si è abbattuta su di me una sintomatologia degna di Tre uomini in barca, con tutti i possibili fastidi da raffreddamento, influenzali e allergici. Pazienza per la tosse, la febbre e altro ma, arrivati i problemi oculari, abbastanza virulenti (che mi impedivano di tenermi occupata con una scorpacciata di Montalbano-sceneggiato), ho cominciato a diventare smaniosa.
Sebbene perfettamente seguita dal mio medico di base, dopo neppure 24 ore di collirio 1 e collirio 2 ho deciso che avevo già bisogno di un controllo ma, essendo sabato, non volevo disturbare il dottore.
L’alternativa poteva essere il pronto soccorso oftalmico dell’Ospedale Fatebenefratelli dove, viste le mie condizioni, già in discreto miglioramento, mi avrebbero rifilato al massimo un codice verde e almeno otto ore di attesa.
Di conseguenza, anche per andare alla scoperta di un nuovo ambito della sanità milanese e fare due passi (da casa ci arrivo anche a piedi) ho pensato di avvalermi dell’ambulatorio della Croce Rossa Italiana (via M. Pucci 7 – zona Corso Sempione, dietro la Rai – tel. centralino 02.33.12.91, sito www.crimilano.it), aperto dal lunedì al sabato 8-12, 15-19, domenica 8-12.
C’è questa possibilità grazie a un accordo fra la Croce Rossa e la nostra efficiente Alg (Associazione lombarda giornalisti, www.alg.it), che l’ha sottoscritto per chi avesse bisogno proprio nei giorni di chiusura dell’ambulatorio giornalisti.
Alla CRI, sabato mattina 25 maggio, sono stata visitata subito e con scrupolo da una dottoressa, e assistita da una sorella infermiera molto cortese. Ho pagato 30 euro (che la nostra cassa mutua copre), ma penso che questa alternativa possa essere a volte utile anche per chi non può avere rimborso (informarsi sui trattamenti e le prestazioni).
Ne parlo perché il pronto soccorso ambulatoriale CRI, a parte qualche persona in attesa per vaccinazione, era deserto, e perché medico e infermiera mi hanno dipinto una situazione di grave impoverimento delle attività e dei volontari di questo servizio, che invece è da valorizzare, per la sua gloriosa storia quanto per la sua utilità.
Ho detto loro quanto mi colpiscono le meravigliose divise azzurre delle crocerossine, e l’infermiera mi ha spiegato che “quelle divise costano più di un abito da sposa”. Si vede.
A parte i dettagli di contorno e le chiacchiere, scrivo perché la decadenza di questo ente prestigioso – che chissà quante persone benedicono – si verifica poiché quasi nulla si fa per renderlo noto, sostenerlo; perché molti non ne conoscono neppure le sedi né l’offerta professionale. E scrivo naturalmente per dire GRAZIE.
Quindi, se dovesse rendersi necessario, ricordatevene e, soprattutto, statemi bene.
P.S. Non è più possibile destinare il 5 per 1000 alla Croce Rossa in quanto non è una Onlus. Ma si può sempre fare una donazione, come ricordo succedeva ai tempi in cui frequentavo le classi elementari, tramite proprio la Scuola,  ed ero orgogliosa del distintivo che ci regalavano.
Altri tempi …

 

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Per Boston

Foto di Silvana Bardani dalla città colpita durante la maratona del 15 aprile 2013

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