TWITTER, what else?

Battaglia all’ultimo utente tra i social media Facebook e Twitter, e rivalità fra seguaci dell’uno o dell’altro, come se si trattasse di un derby che decide uno scudetto.
Io non posso dire del primo, che conosco per sommi capi (anche se ho molto apprezzato libro e film sull’incredibile avventura del fondatore, Mark Zuckerberg).

@AngelaMessina87

Mentre mi sono appassionata al mondo dei cinguettii, dove seguo e sono seguita.
Forse mi sbaglio, ma questa contrapposizione mi ricorda i primi tempi dei computer in redazione: gli albori di Internet e dei CdRom. Ci si schierava per l’uno o per gli altri, come se si potesse paragonare l’universo – allora ancora in espansione – del web, con dei dischetti dal contenuto ricco ma finito.
E infatti, sono finiti per sempre proprio i dischetti.
Tabloid (rivista dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia) riporta nel n. 1-2013 un articolo di Paul Lewis, responsabile dei progetti speciali del Guardian, quotidiano inglese con una versione on line curatissima (www.guardian.co.uk); infatti è il terzo sito giornalistico web al mondo per contatti, dopo il New York Times e The Mail online, sito del Daily Mail). Lewis nel suo lavoro di cronista sul campo ha sperimentato l’utilità di Twitter più volte, e scrive: “I social media come Facebook non sono così rilevanti per il giornalismo, a mio avviso, perché sono sostanzialmente tecnologie chiuse. Ma Twitter è rivoluzionario. È il modo più veloce che abbiamo mai visto nella storia per trasmettere notizie. Inoltre non è gerarchico ma rappresenta una forma orizzontale di comunicazione. Adesso tutti nel mondo possono comunicare con me e io posso comunicare con tutto il mondo. Non c’è mai stata prima d’ora una tecnologia che ci dava questa possibilità”.
Credo che questo parere ponga con chiarezza il problema. Anche se molti lo conoscono per i pettegolezzi delle star del cinema, con i loro milioni di seguaci, Twitter è fantastico per l’informazione più seria. Ed è un mezzo totalmente aperto. Universale.
Io posso seguire le news di chiunque (dal Papa a Lady Gaga), ma in particolare di tutte le testate e di tutti i giornalisti del mondo che sono su Twitter, o anche di chi sta manifestando al Cairo, o dà, prima di Obama, notizia della cattura di Bin Laden (è andata proprio così). Posso essere aggiornata in diretta sui fatti più recenti, posso vedere foto e trovare link ovunque e su qualunque argomento. Molto più che con le notizie d’agenzia, e molto più velocemente. Posso a mia volta fare lo stesso: informare, aggiornare, mandare foto, opinioni su quanto mi interessa far conoscere. Inoltre, l’esperienza del limite dei 140 caratteri è stata per me una discreta sfida. Perché, oltre a dover essere incisiva, scegliere i termini, affinare il linguaggio e, ovviamente, mettere bene a fuoco il concetto che voglio esprimere e far capire, in modo ancora più sottile sento che Twitter mi impone anche uno stile tutto suo. Naturalmente ognuno scrive come gli pare, e tuttavia si è più efficaci quando si asseconda il tono – tutto particolare – che il passerotto azzurro suggerisce. Come si sa, anche il mezzo dà delle regole di forma. Non si può scrivere una tesi di laurea come un articolo di quotidiano, quest’ultimo come un pezzo per un mensile; né una lettera privata come un tema al liceo e così via. E quindi preferisco questo mondo a quello delle parole in libertà, delle richieste di amicizia (su Twitter non c’è nulla da chiedere) di Facebook. Che è sicuramente ancora prezioso, eppure vittima di un calo d’interesse e spesso travolto da problemi legati alla privacy. Ultimo, lo strano caso di Brandon Copley, che ha scoperto una falla nel sistema e scaricato 2,5 milioni di numeri di telefono degli utenti (vedi articolo di Nicola Di Turi su Corriere.it-Tecnologia del 30 giugno 2013). Facebook gli ha fatto causa per il danno d’immagine, e non è ancora finita. Intanto il passerotto cinguetta beato, sempre di più.

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