AMAZON, il lato oscuro

In questi giorni gira su internet il filmato dei droni di Amazon che, nei sogni del fondatore, tra qualche tempo voleranno dai magazzini all’acquirente per consegnare libri, o altro (Amazon ormai vende dai lettori Kindle alle motozappe), a tempo di record (esperti lo ritengono un sogno irrealizzabile, vedi www.ilsole24ore.com).
È l’ultima ambizione di Jeff Bezos, e del suo marchio di e-commerce, che fattura – 2012 – 62 miliardi di dollari,  con 89 centri logistici in tutto il mondo che occupano 100 mila persone. Simili exploit in meno di 20 anni hanno spinto a un’inchiesta Le Monde diplomatique (www.monde-diplomatique.it) che, sul numero di novembre 2013, pubblica un resoconto a firma Jean-Baptiste Malet. Il racconto è da girone infernale, sia nei magazzini Usa sia in quelli europei, otto in Germania, dove si evidenzia una integrale sospensione dei diritti dei lavoratori. Luoghi squallidi, vicino a svincoli autostradali, senza finestre né aria condizionata, che in estate raggiungono i 40 gradi o, d’inverno, temperature polari come è successo in Francia, dove si è ottenuto il riscaldamento dopo uno sciopero dei dipendenti.  “È anche così che Amazon ha catapultato il suo fondatore al 19simo posto nella classifica mondiale dei miliardari.”
L’Associazione dei librai Usa stima che a causa di Amazon si siano persi 42.000 posti nel settore, sostituendo lavoro qualificato in una libreria con mansioni ripetitive e sottopagate. Il “grande fratello” controlla la velocità con cui i dipendenti si muovono fra i bancali, diffonde musica hard-rock a tutto volume, controlla pause e distrazioni. Proibisce ai dipendenti di parlare del lavoro anche ai familiari, e alcune delle dichiarazioni raccolte sono anonime per timore di ritorsioni. Una folla di disoccupati in cerca di reddito accetta condizioni disperate anche fuori dai capannoni. Immigrati spagnoli, polacchi, cinesi, dormono in squallide baracche nei dintorni del magazzino, per contratti di pochi mesi, o solo per il periodo natalizio quando, negli Usa, Amazon vende fino a “trecento articoli al secondo”.
Amazon ha una banca dati con le prestazioni di ogni lavoratore e invita alla delazione. I sindacati faticano moltissimo a coinvolgere gli operai, a loro volta sfiancati da turni di lavoro massacranti, durante i quali percorrono circa 20 chilometri (sottostima) fra gli scaffali, passando da un prodotto all’altro, agli ordini di un computer.
D’altronde, tutti sono coscienti che Amazon vuole liberarsi il più in fretta possibile dei lavoratori “umani”. Bezos vuole robotizzare tutto, non solo la consegna, e sta investendo moltissimo per questo.  Se lo può permettere visto che tutti gli ordini d’Europa sono fatturati in Lussemburgo. Con un astuto meccanismo finanziario, una società con un fatturato di 10 miliardi di dollari può dichiarare solo 20,4 milioni di profitti. E, sempre con residenza in Lussemburgo, la Holding di Amazon Europe “alla fine del 2011 aveva accumulato 1,9 miliardi di euro di riserve, senza avere un solo dipendente”.
Anche in questo caso l’Europa latita, o è complice.

 

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