Fenomenologia di Yuzuru Hanyu, il Piccolo Principe del ghiaccio

 

Intro
Un cronista cinese, dopo il programma di Yuzuru Hanyu all’Olimpiade invernale di PyeongChang2018, ha commentato con il brano di una leggenda:
“Il Fato disse al Guerriero: -Non puoi sconfiggere la Tempesta-, e il Guerriero rispose al Fato: -Io sono la Tempesta-“.
Hanyu è stato, è, e speriamo sarà colui che ogni volta sopravanza il Fato e la Tempesta nel pattinaggio su ghiaccio, qualcosa difficile da riassumere.
In Corea ha difeso e confermato, a 23 anni, l’oro olimpico conquistato a Sochi nel 2014. Il primo atleta, in 66 anni (dopo Dick Button, USA, 1948 e 1952), a compiere l’impresa di due titoli consecutivi maschili (tra le donne, la meravigliosa Katarina Witt, 1984 e ’88).
Ha iniziato vincendo vari appuntamenti juniores, in Giappone e a livello internazionale, poi oro a Barcellona nel mondiale 2015 ed Helsinki 2017, in categoria senior, superando ogni volta i precedenti record di punteggio, personali e quindi assoluti. Nessuno come lui.
La coreografia del programma libero presentata in Finlandia, aprile 2017, è stata considerata in modo unanime la più grande – difficile, artistica, perfetta, bella – di tutti i tempi.
I nostri tempi, da una decina d’anni a questa parte, sono definiti per chi pattina sul ghiaccio “the quad era”, l’epoca dei salti quadrupli (tutti tranne l’Axel, per adesso, in quanto il più difficile: 4A). C’è stata e c’è una vera corsa dei massimi campioni a presentare salti quadrupli nei programmi: sempre di più, sempre più spostati verso la fine dell’esercizio, quando la stanchezza aumenta e di conseguenza l’esecuzione vale maggior punteggio. In questo Hanyu è sempre stato stupefacente, ma anche quando ha eseguito un minor numero di quad rispetto agli avversari il voto ottenuto è stato superiore, perché la qualità delle sue esecuzioni è inarrivabile.

Biografia
È nato a Sendai il 7 dicembre del 1994. Ha cominciato a pattinare a quattro anni, seguendo la sorellina maggiore. Soffre da sempre di asma.
A nove anni – ha raccontato molto tempo dopo a una platea di giornalisti nipponici affamati di notizie – aveva pensato di smettere,  ma poi si era detto (a nove anni!) che non voleva buttare via i cinque precedenti in cui si era già sacrificato per questo sport. C’è su YouTube un’intervista in cui, ancora bambino, dice con un gran sorriso di voler vincere l’Olimpiade (fatto!). L’elenco dei suoi progressi si trova in dettaglio su Wikipedia. Certamente i tecnici l’hanno notato ancora in età precoce, prima come una promessa, poi una certezza, poi un fenomeno, un campione, una star.
Nel marzo 2011 la sua città è stata distrutta dal maremoto seguito alle scosse di nono grado Richter nel Tōhoku. L’impianto in cui si stava allenando con altri atleti è collassato (per la rottura delle tubature); ne è uscito camminando carponi fra le strutture cadute. Lui e famiglia sfollati per alcuni giorni. Quasi 16.000 morti, oltre a migliaia di dispersi e feriti.
In questa devastazione, i suoi connazionali con una raccolta fondi gli hanno dato la possibilità di continuare ad allenarsi altrove. Vinta l’Olimpiade, Hanyu ha ricordato la solidarietà avuta. È stato festeggiato con una parata fra due ali di folla di oltre 90.000 persone. Ha organizzato un gala per la sua città con campioni di tutto il mondo (tra cui Evgeni Plushenko, il medagliato russo, di cui è amico) e raccolto circa 150.000 dollari. Continua a fare donazioni alla comunità colpita ed è ambasciatore della Croce Rossa giapponese. C’è chi vorrebbe candidarlo al Nobel per la pace.
Fino al 2012 è stato allenato dall’istruttrice Nanami Abe. Poi si è trasferito in Canada, a Toronto, per lavorare con Brian Orser, ex pattinatore e talentuoso coach di un altro grande del pattinaggio, lo spagnolo Javier Fernandez (gran bel ragazzo, grande atleta). Hanyu racconta che ha voluto lavorare con Orser perché ammirato dai quadrupli di Fernandez. I due hanno condiviso allenamenti e gare. Grandi amici… forse qualcosa di più, su YouTube ci sono decine di filmati con sottofondo di musica romantica che li ritraggono in momenti di grande tenerezza: vengono soprannominati Yuzuvier. Comunque Fernandez, a 27 anni, si è appena ritirato dalle competizioni ed è tornato a vivere a Madrid.
A Sochi, Olimpiade invernale 2014, Hanyu ha presentato un programma corto (short program) pieno di “fuochi d’artificio”, come ha commentato una giornalista in telecronaca, brillantissimo (il primo programma nella storia del pattinaggio a ottenere più di 100 punti). Il libero del mondiale 2015 a Barcellona, Seimei il titolo della musica, resta il mio preferito (record assoluto di punteggio, 330,43, nella tappa in Giappone), nonostante la maturità dell’incredibile Hope & Legacy (mondiale di Helsinki 2017, appunto), certamente sbalorditivo, e per il quale i commentatori non trovavano più aggettivi adeguati (“mesmerical” è uno che ricorre). Da non perdere, dopo questa prestazione, il momento cosiddetto Kiss&Cry, quando si aspetta il voto, con Brian Orser e Tracy Wilson (ex pattinatrice canadese, allenatrice, coreografa) incredula! Anche tra i fan il più gradito – secondo un recente sondaggio – è quest’ultimo, eppure per riconfermare il titolo olimpico nel 2018 Hanyu ha scelto di riproporre Seimei.
La sua apparizione più recente è stata alla Rostelecom Cup a fine 2018, in Russia, conclusa con l’oro. Con la caviglia destra dolorante (quella su cui si atterrano i salti), ha voluto partecipare per rendere omaggio al Paese in cui ha cominciato ad affermarsi. Ha gareggiato sotto potenti antidolorifici, ha raggiunto il podio con le stampelle (gira un filmatino in cui, dietro le quinte, si allena a saltare su una sedia col piede sano, per poterlo rifare alla premiazione senza aiuto, con eleganza).
A successive competizioni, anche in Giappone, non ha potuto partecipare. Pare che riprenderà a gareggiare a marzo 2019. E secondo quel che fa trapelare l’allenatore, forse da Hanyu arriverà – prima o poi – il quadruplo Axel. E sarebbe leggenda.

Estetica
Hanyu è alto 1 metro e 72 e pesa 53 chili. Ha una struttura fisica longilinea, delicata, flessuosa, molto diversa da quella dei pattinatori in genere, certamente atletici  ma spesso più solidi.
Il campione giapponese ha un viso molto carino, un sorriso limpido, sguardo furbo… nell’insieme, sembra uscito dritto dritto da un cartone manga.
L’ossatura delicata è probabilmente la causa dei suoi continui problemi alla caviglia destra, per la mostruosa quantità di tripli e quadrupli che allena continuamente.
I salti.
Sono la parte tecnica più impegnativa e spettacolare del pattinaggio artistico. Da sempre, presa velocità, lo stacco si imposta, si prepara con una sorta di rincorsa, le braccia trovano il giusto equilibrio e aiutano lo slancio e la rotazione. Questa ricerca dell’assetto, tuttavia, per quanto ovviamente indispensabile e accettata, ha sempre creato una frattura anche nel più elegante dei programmi. Anche nei più sublimi liberi di Carolina Kostner (secondo me lei a volte è proprio sublime) questa fase di impostazione interrompe la magia. È una cosa che ho sempre notato con dispiacere.
Hanyu ha cancellato questo problema. Ha dichiarato una volta che i salti sono di certo la parte più atletica del programma artistico, ma se sono eseguiti in modo perfetto diventano arte anch’essi. I salti di Hanyu non sono preparati: sfruttano una rincorsa velocissima e senza cesure  (certamente, anche altri fanno così…) creata ruotando su se stessi (un po’ come chi lancia il disco o il martello), ma spesso “spuntano dal nulla”, come sottolineano in cronaca, ma con entrate davvero ardue. Hanno elevazione, lunghezza non comuni, e atterraggi come se il ghiaccio fosse panna, morbidissimi e subito scivolati. Il passaggio dal salto ai successivi elementi della coreografia non c’è; prima ancora di toccare terra, la gestualità è già subito di nuovo immersa nella partitura, con transizioni anche difficilissime.
I passi coreografici, la musica
Gli spettatori e i fan vanno in visibilio non solo per i salti ma anche per le straordinarie sequenze coreografiche di passi velocissimi e armoniosi di Hanyu. La ricerca estetica (costumi elegantissimi compresi) è maniacale. Trovo addirittura rivoluzionario l’uso delle braccia, come in un continuo lago dei cigni. Se altri atleti usano gli arti superiori soprattutto per cercare spinte ed equilibri, il giovane giapponese costruisce ogni volta una trina di movenze piene di dettagli suggestivi, e questo in una trama di grande rigore gestuale.
Il tutto è cucito sulla musica in un fluire continuo. Rivoluzionario anch’esso perché ogni tempo, ogni accento della partitura ha una corrispondenza libera e naturale nei passi, nei salti, nelle elaboratissime trottole. Insomma: si passa dall’opera lirica con parti orchestrali, arie e recitativi secchi che si alternano, all’ipnotico flusso della musica modale…
Nel programma su brani del Fantasma dell’Opera, Hanyu atterra un salto quadruplo nella precisa frazione di secondo in cui l’orchestrazione esplode in un accento forte. La musica a un certo punto si sospende e Yuzuru chiude la mano a pugno come se fosse lui a interromperla. Il suo programma è nella musica, è la musica.
Di Seimei non mi stanco di guardare la semplicissima sequenza di passi sulle battute ritmiche centrali, con le braccia scostate dal busto, aperte di lato, così essenziale, così imperiale.
E poi c’è il corto sulla Ballata n. 1 di Chopin, dove una veloce scala al pianoforte sembra suonata da Hanyu che saltella coi pattini sulla tastiera.

Olimpiade 2018. Da sinistra Shoma Uno, Yuzuru Hanyu, Javier Fernandez

Etica
Hanyu attualmente frequenta un’università per corrispondenza. Studia scienze cognitive, e ogni  indagine su questo argomento è finalizzata al pattinaggio. In un bel documentario ci mostra i suoi quaderni di appunti su modi, tempi, forze, spinte che portano a un salto. All’inizio del libero Seimei si sente un respiro. È il suo respiro, nel doc mostra come l’ha registrato – a volte edita lui la sua musica – e spiega che l’ha fatto perché gli infonde calma e gli dà un ritmo.
È uno dei tanti aneddoti da cui partire per raccontare il carattere di questo campione.
Come ha dichiarato Fernandez in un’intervista, Hanyu ha una mente brillante. Lo si percepisce subito anche osservando semplicemente il modo repentino con cui passa dalla massima concentrazione, prima e durante la gara, alla più fanciullesca freschezza quando ha finito, saluta e ringrazia pubblico e coach, e scherza con lui.
Ha una mascotte, Winnie the Pooh, che è sempre “al seguito”, anche a bordo pista. I fan gliene lanciano a decine, centinaia dopo le gare. Lui li destina in beneficenza.
Essendo giapponese, non può meravigliare una particolare educazione. Eppure Hanyu anche in questo si distingue. Appoggia la bandiera nazionale su una balaustra, perfettamente piegata. Il suo connazionale Shoma Uno la mette lì accanto senza cura. È omaggiato ovunque, ma cede sempre il passo a tutti. Aiuta gli addetti alla pista a riparare i buchi che si formano nel ghiaccio; aiuta a spostare un macchinario e, quando gli dicono di non disturbarsi, risponde che lui è un atleta, non un divo (per la verità, in Giappone e non solo, è anche questo)…
Il senso del dovere, di disciplina, di rispetto per il suo pubblico s’è visto tutto già nel 2014 in Cina, quando a pochi minuti dall’entrata in pista – fase di riscaldamento già con il costume di gara – si scontrò con un concorrente cinese e cadde a terra tagliandosi su una tempia e sul mento: che botta, ragazzi! Aiutato a rialzarsi, medicato, fasciato in testa, ha voluto gareggiare (scelta assai criticata perché rischiosa, da kamikaze, diciamolo), è caduto su cinque salti (non facile accettare di mostrarsi così vulnerabile e imperfetto), ha voluto attendere il punteggio, sudato, ferito, punteggio che, ovviamente decurtato per gli errori, gli ha comunque consegnata la prima posizione (il filmato fa veramente impressione). Solo a quel punto Yuzuru scoppia a piangere disperato (davvero sangue sudore e lacrime come da copione), finché non arriva il medico giapponese che, con assoluta calma zen, dice a Brian Orser: – È sotto choc -.

Desideravo far conoscere questo atleta e le sue competizioni che rimarranno nella storia, e sono una consolante testimonianza di intelligenza, determinazione, sacrificio e bellezza. Forse diventeranno leggendarie: 4A, si legge in un suo appunto. E volevo anche presentare un giovane uomo dal comportamento umile ed esemplare non solo sul ghiaccio.  Un essere umano che dà speranza, come il motto di questo blog, “Vedo la Terra blu”: anche il ghiaccio in purezza è blu.
Faccio la mia piccolissima parte, aspettando e augurando nuova gioia.
#happynewyearYuzu #getwellsoonYuzu #arigatoyuzu

Ultim’ora: una bella notizia, Javier Fernandez è tornato a Toronto. Per Yuzu?

 

 

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