Come sono arrivata a leggere Hans Fallada

Da qualche parte, non ricordo dove, avevo notato un breve trafiletto che parlava di Libro di memorie, autore l’ungherese Péter Nádas (Budapest, 1942), candidato al Nobel, e autore di Fine di un romanzo familiare (tutti e due Dalai editore), opera che nel 2009 è stata un grande successo internazionale. Non conosco benissimo la letteratura ungherese, ma cerco di approfondirla perché mi ha sempre sorpresa in modo positivo. Amo Sándor Márai, Agota Kristóf, e altri autori non ungheresi ma loro “vicini di casa”, come l’austriaco d’origine bulgara Elias Canetti (premio Nobel), o il tedesco W. G. Sebald, scomparso prematuramente ormai 11 anni fa, un autore grandissimo e troppo poco letto, come ha scritto addolorato anche Pietro Citati.
Tornando a Nádas, dopo aver appreso che la trama di questo voluminoso romanzo si svolge nella Berlino Est degli anni Settanta del Novecento, e rievoca la rivolta d’Ungheria del 1956, l’ho acquistato e mi ci sono tuffata (766 pagine). Una fascetta sulla copertina riporta il parere di Susan Sontag: “Il più grande romanzo dei nostri tempi”.
Questi non meglio definiti “nostri tempi” devono tuttavia essere di un lasso molto ristretto, perché mi sembra che il Novecento abbia espresso ben altro, e ho abbandonato questo libro a pagina 179, molto delusa. Fino a quel punto, infatti, il contesto storico, che sempre mi interessa in modo particolare, si intuisce a fatica. A pagina 151 si legge: “ Era l’ora dei funerali di Stalin, quando dalla camera ardente allestita nella sala delle colonne il corpo imbalsamato veniva trasportato nel mausoleo.” Ma questo avvenimento epocale offre il pretesto per una digressione sulle tecniche di imbalsamazione, per poi tornare a un amore giovanile del protagonista.
Una scrittura densa, ricca di aggettivazioni e immagini, in un ventaglio amplissimo ed elegante, tiene insieme il doppio binario della trama: un flusso di coscienza che avanza a ondate per libere associazioni, e certamente cattura. Tuttavia, questo non può bastare (almeno per me) a trattenermi sulla pagina, visto che lo sguardo dell’autore non si alza mai sulle cose del mondo, anzi si abbassa troppo spesso sulla lente di un microscopio che indaga ogni intimo anfratto della coscienza e delle emozioni. E non bastano alcune splendide descrizioni della natura, e del protagonista nella natura (sulla diga nel temporale) per riscattare questo andamento infine claustrofobico.
Per quanto riguarda lo stile, non mi convince lo sguardo clinico, a volte crudo sul corpo umano, e sui corpi nelle scene di sesso, quando il racconto va fuori controllo e diventa incoerente, diventa splatter. Definisco splatter l’insistenza su alcune descrizioni raccapriccianti, che spostano l’attenzione di chi legge sul contenuto, facendo dimenticare il suono della voce narrante, il ritmo, l’atmosfera. Lì, l’armonia e la coerenza tra forma e plot vanno a farsi benedire, la pagina letteraria è monca. Ho anche il sospetto che l’alternarsi di argomentazioni nostalgiche e filosofiche,  e repentine scene che non saprei se definire erotiche, sia un po’ voluto, un po’ furbo (il libro è uscito in Ungheria nel 1986 in una versione censurata).
Infine, sono sempre molto infastidita dagli errori di stampa (che infatti segnalo sempre in queste recensioni); alcuni fanno sobbalzare: li paragono allo squillo di un telefonino a teatro durante la scena clou dell’Edipo re. Così è in questo libro, a pagina 116.
E quindi ho chiuso questo cosiddetto capolavoro e sono passata ad Hans Fallada, che mi aspettava da tempo. Un autore, ingiustamente dimenticato, completamente calato nella tragedia del Nazismo. Uno dei pochi che, pur avendo alternative allettanti e comode all’estero, pur odiando la dittatura delle SS, scelse di non lasciare mai il suo Paese.

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