Qui Milano

Nei giorni dal 15 al 18 novembre in tutta la città si sono svolti – in qualche caso a sorpresa – i moltissimi eventi di Bookcity, prima edizione di una festa popolare dedicata ai libri, che a Milano mancava.
L’impostazione è stata quella, meneghina, del Salone del Mobile che si tiene ogni anno ad aprile, quando palazzi, musei, cortili, teatri, parchi, stazioni ferroviarie e della metropolitana ospitano allestimenti di design e prodotti d’arredo aperti a tutti gli appassionati e ai curiosi, mai a pagamento, in modo democratico e accogliente. Anche Bookcity ha scelto un approccio simile, così distinguendosi dalla Fiera del libro di Torino, e dal Festival della Letteratura di Mantova.
Impossibile seguire tutto: gli incontri erano oltre 350, con il  Castello Sforzesco – nei fine settimana sempre affollatissimo – come punto di riferimento. Insieme a una mia amica ho ascoltato con gran divertimento Alessandro Bergonzoni, nella metropolitana di Duomo, ma sono arrivata troppo tardi (fila chilometrica) all’incontro con David Grossman. Sono andata a salutare Massimo Bucchi, che al Castello presentava il suo ultimo libro di vignette e, in Piazza della Scala, nelle nuove Gallerie d’Italia, abbiamo ascoltato Vittorio Sermonti che ha incantato l’affollata platea parlando di Dante. Ha avviato il suo intervento stigmatizzando – e mi associo – il discusso parere di Marco Lodoli riguardo il legittimo disinteresse dei giovani per la cultura classica. Ha raccontato che quando sente dire che “con la cultura non si mangia”, lui risponde che “con la cultura si beve”. E Milano si è rivelata – per un evento che è un numero zero, pochissimo pubblicizzato nei giorni precedenti – una città davvero assetata.
Dopo Sermonti sono tornata al Castello dove, pur essendo domenica, e ormai tardi, ancora file interminabili mi hanno costretta a rinunciare ad altri incontri. Ma ovunque nei cortili si parlava di libri, tra giocolieri e musica. Nessuno aveva voglia di andare via.
P.S. Pur essendo una fan di Milano, non avrei mai osato esprimere tutto il mio entusiasmo per la ormai celebre data del 3 dicembre 2012, quando “la giornata perfetta” – cielo cristallino di purissimo zaffiro e le luci lunghe dell’autunno – ha esaltato i contorni di ogni edificio, ha trascinato a ridosso della metropoli le Alpi imbiancate, come un cocchio su cui sedeva il Monte Rosa, ha restituito a tutti il cielo di Lombardia del Manzoni, “così bello quando è bello”. Il coraggio l’ha avuto Gian Arturo Ferrari, con un lungo, commosso articolo sul Corriere della Sera del giorno dopo, in cui sfida ogni retorica e trascorre dal principe Andrej di Guerra e pace allo spread che scende (scendeva, prima del ritorno in campo di Berlusconi) per cantare questo inaspettato orizzonte, “così splendido, così in pace”.
Oggi è Sant’Ambrogio, nevica, si inaugura la stagione della Scala; in Garibaldi è stata aperta la piazza al centro del grattacielo di Cesar Pelli, l’edificio più alto d’Italia; i lavori per l’Expo e per le metropolitane non si fermano mai; nelle Gallerie d’Italia ci si perde – gratis – fra pezzi d’arte meravigliosi. La città vibra. In modo contagioso. Trasmette nuova energia che aiuta a reagire alla crisi.

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