SPEAK UP è per sempre

Confesso di avere un rapporto piuttosto nevrotico con la lingua inglese. La amo. La studio da sempre, cerco di coltivarla come posso, e penso sempre di non saperla affatto. Ciclicamente mi iscrivo a un corso, chiedendo di poter ricominciare dalle basi. Oppure acquisto lezioni su dvd, e ogni volta riparto da what’s your name. Mi deprimo quando ascolto uno speaker o una canzone (rap magari) senza capirci molto. E in quei casi il problema è che non ho parametri per sapere quanto è difficile quello con cui mi sto mettendo alla prova.
Intendiamoci: con l’inglese all’estero me la cavo bene, leggo con piacere riviste come il New Yorker, pur non cogliendo tutta la terminologia; e devo ricordare la mia passione per la letteratura, fin da quando all’università traducevo i sonetti di Shakespeare o le poesie di John Donne, con il grande professore Agostino Lombardo, leggendo e studiando sull’Oxford Dictionary: in alcuni casi pagine e pagine su un solo lemma.
Negli ultimi mesi ho ripreso a seguire Speak Up – un mensile che ho visto quasi nascere, quando lavoravo nella casa editrice De Agostini – e d’improvviso mi sono tranquillizzata. Ho ritrovato una bellissima rivista, ben fatta, che non trascura mai la sua primaria funzione didattica, e comunque è sempre attenta all’attualità, un news magazine con articoli ampi e notizie flash piacevoli da leggere, e con le quali si può fare conversazione … anche in italiano. Infatti, oltre alla puntualità esplicativa delle note grammaticali, sono l’attualità dei temi trattati, la freschezza delle notizie, l’attingere, fin da molte delle copertine, alle novità cinematografiche, ciò che rende Speak Up sempre up to date. Ho comprato alcuni numeri su carta, con il cd per ascoltare le interviste e fare esercizio, poi sono passata alla versione per iPad, divertente, con le parti sonore indicate all’inizio del relativo articolo, contenuti extra, piccole animazioni, e un legittimo amarcord di pezzi usciti in passato: tutto, sempre con l’indicazione del livello di difficoltà della lingua. Mi piace particolarmente la rubrica Where are they now? Per scoprire che fine hanno fatto icone dello sport e dello show biz, da Mark Spitz (7 ori nel nuoto a Monaco ’72) alla modella Twiggy, a Debra Winger, Tony Blair. Per non dire del celebre giornalista Peter Arnett che ricorda la sua intervista a Saddam Hussein. Con Speak Up ho scoperto la cantante Rebecca Ferguson – una voce che mi piace moltissimo – vincitrice dell’X Factor inglese. Il cinema, come già detto, prevale su tutto: dalle novità, sempre tempestive (il Lincoln di Spielberg, il Grande Gatsby con Di Caprio), ai brevi spezzoni video con – per esempio – alcuni superclassici dei Monty Python.
L’elenco sarebbe lunghissimo, dagli articoli sulla vita nelle città anglosassoni (This is England) alle infinite, divertenti rubriche (What’s Happening), alle notizie di costume, come i pianoforti messi a disposizione nei luoghi pubblici da un artista inglese, Luke Jerram. C’è spazio naturalmente anche per la letteratura: raccontini dell’orrore da piccoli brividi per adulti, o monumenti classici, come Dickens, di cui sono riproposte alcune pagine con testo a fronte.
Essendo io molto appassionata di libri, sento solo la mancanza di una piccola sezione che aiuti a orientarsi nella scelta di un romanzo in inglese. Siamo in estate, e leggere sotto l’ombrellone in lingua originale Agatha Christie o Virginia Woolf o qualche pocket Penguin (dalle meravigliose copertine, carta leggera, formato perfetto), è utile e fa un sacco di scena. Come orientarsi, dunque, nelle difficoltà della lingua? Elementary, intermediate o advanced: come suggerito dalla rivista per i testi e i brani audio?
Natalia Aspesi, in un’intervista ha raccontato di aver imparato l’inglese proprio con le avventure di Miss Marple e Mr. Poirot. Sì, ma poi? Io ho amato il meraviglioso, cristallino inglese di Kazuo Ishiguro (The remains of the day): chi l’avrebbe detto? E all’inglese di Agatha Christie preferisco quello di Sir Arthur Conan Doyle (The Hound of the Baskervilles). Insomma, penso che un trafiletto con qualche indicazione del genere sarebbe utile. Per esempio, per suggerire di lasciar perdere Denti Bianchi (White Teeth) di Zadie Smith. Un libro importate, giudicato in modo entusiastico dalla critica, che ha reso celebre e autorevole questa scrittrice inglese, di madre giamaicana,  in tutto il mondo. Ma un libro dallo stile troppo sperimentale, di cui non ho capito nulla neppure in italiano.

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