HABEMUS PAPAM

A pochi giorni dall’Habemus Papam, mercoledì 13 marzo 2013, ore 19,06, è già evidente la novità dello stile di Papa Bergoglio.
Appena ho sentito che si trattava di un Gesuita ho ricordato com’è nato il mio grande interesse per quest’ordine ecclesiastico. È a causa di James Joyce, scrittore prediletto che dai Gesuiti studiò, e per le pagine del suo romanzo Dedalus – pietra miliare nella mia formazione di lettrice – in cui la speculazione filosofica deve molto alla formazione del suo autore.
A proposito di Papa Francesco, il priore di Bose, Enzo Bianchi, della Compagnia di Gesù ha detto che “nessun altro ordine può vantare uomini così collocati nel mondo e capaci di uno sguardo universale” (in una dichiarazione al quotidiano laRepubblica).
In effetti la storia della Compagnia è avventurosa, affascinante e spesso estrema. La racconta in modo avvincente un ampio saggio, più intrigante di un romanzo giallo, che mi sembra non sia più disponibile in italiano. Risale al 1987 la prima edizione in inglese, ed è dell’anno successivo la versione italiana proposta da  SugarCo, di I Gesuiti, del grande teologo Malachi Martin, lui stesso ex gesuita, grande divulgatore, scomparso nel 1999.
È uno dei libri più stimolanti che abbia mai letto (meriterebbe una riedizione, o lo si può affrontare in inglese) anche se inquadra un particolare momento del rapporto, o meglio dello scontro, fra il papato e quell’Ordine.
Questo l’incipit del corposo volume: “Tra l’Ordine dei Gesuiti o, per usare la denominazione ufficiale, la Compagnia di Gesù, e il papato esiste uno stato di guerra. Tale guerra indica che è in corso il cambiamento più letale degli ultimi anni all’interno del clero cattolico”.
Un approccio choc e subito polemico, che però invoglia ad affrontare oltre 500 pagine di vicende e analisi in uno stile sempre magnetico e accessibile.
D’altronde, il fascino dei Gesuiti sta nella ponderosa formazione teorica e teologica, coniugata con un materialismo (sì, nel senso marxista del termine) e una militanza in molti casi  estrema.  L’autore prende di petto il carattere eversivo della Teologia della Liberazione, elaborata da un gesuita peruviano, e diffusa nel mondo ma soprattutto in America Latina, in difesa degli ultimi, tanto da indurre molti di questi religiosi a militare in movimenti come quello sandinista.
Il fascino del libro, che ripercorre dalla fondazione la storia della Compagnia, sta nella feconda ambiguità che guida Malachi Martin: la critica alla radicalità e alla ribellione del movimento, unita al grande orgoglio per l’Ordine a cui lui stesso era appartenuto. Inoltre, è importante la relativa attualità del dibattito, dove in primo piano ci sono le figure di papa Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II.
Sarà interessante scoprire, nel papato di Francesco, che cosa rimane e che cosa è finito del suo passato di gesuita argentino, quando a Buenos Aires era “il parroco della favela”, come laggiù ancora è chiamato.

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La lettera aperta di Alain Minc

Sul numero di dicembre 2012 di 451 – rivista per me imprescindibile di recensioni e politica – c’è una più che brillante Lettera aperta ai miei amici, i finanzieri americani firmata da Alain Minc, scrittore e intellettuale francese.
Con gradevole tono di sfottò, l’autore si diverte a dare una serie di tiratine d’orecchio agli economisti Usa che gufano sul decesso dell’euro, secondo Minc incapaci di comprendere il faticoso cammino unitario imboccato dal Vecchio Continente. Così ho trovato un analista ben più autorevole e anche molto più ottimista di me: lui sì che vede l’Europa blu!
Bonariamente, infatti, suggerisce agli esperti d’oltre Atlantico un maggior senso della storia, col quale relativizzare gli scossoni, le crisi, i traumi, le dichiarazioni e le proposte choc di popoli e governanti europei. Nessuno dei quali – secondo Minc – si assumerebbe mai la responsabilità di uscire dalla moneta unica, di provocare il crollo dell’Unione e uno sconquasso dei mercati ben peggiore di quello del 1929.
Fa notare che è stato fatto l’impossibile per salvare la Grecia (il 2% del Pil dell’eurozona) proprio perché una sua uscita sarebbe stata troppo penalizzante, piena di incognite, e comunque tecnicamente inattuabile (a che prezzo, però, si potrebbe obiettare). Figuriamoci – scrive – se questo sarebbe mai attuabile per Paesi come la Spagna o l’Italia.
Sembra sorridere sornione ricordando le teorie di chi pensa che un’uscita sarebbe programmabile. “Pensare, come alcuni di voi scrivono, che una simile transizione possa essere preparata con disinvoltura in anticipo rasenta l’ingenuità infantile. Il segreto non durerebbe a lungo e i mercati entrerebbero nel panico.”
Della Grecia, spiega ancora che il vero problema di questo Paese (entrato nell’Unione “a sbafo”, scrive) è il governo assente, per cui le imposte, semplicemente, non vengono riscosse; oltre al dettaglio – sancito nella Costituzione -dell’esenzione dalle tasse per la Chiesa e gli armatori! Se si ponesse rimedio a questo scandalo, secondo Minc il bilancio di Atene arriverebbe d’un balzo a un surplus primario.
Della Spagna dice che deve rimediare alla bolla immobiliare, causa a suo tempo di “un’ondata di crescita puramente virtuale”. L’Italia, ancora, con la sua bilancia commerciale in attivo, deve ridimensionare il suo debito storico.
Pungente fino all’ultima riga, suggerisce ai suoi amici americani di non bearsi troppo della solidità del loro partner anglosassone. Certo, il Regno Unito può stampare sterline a volontà ma – scrive – “nemmeno tanto tempo fa i mercati punivano qualsiasi Paese che si limitasse a stampare denaro per autofinanziarsi”.  E quindi fa notare che “il Regno Unito ha un deficit di bilancio più grosso di quello della Spagna, un tasso di crescita economica anemico, in tutto e per tutto come nel resto dell’eurozona, un eccesso di indebitamento famigliare e mediocri livelli di competitività”.
Nonostante ciò, questo lo aggiungo io prendendo spunto da altri articoli recenti, Cameron minaccia l’Europa – da cui ha infiniti vantaggi per il suo Paese – di uscire dall’Unione. Come ho letto, qualcuno sotto sotto lo sta minacciando di dirgli di sì.

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Qui Milano

Nei giorni dal 15 al 18 novembre in tutta la città si sono svolti – in qualche caso a sorpresa – i moltissimi eventi di Bookcity, prima edizione di una festa popolare dedicata ai libri, che a Milano mancava.
L’impostazione è stata quella, meneghina, del Salone del Mobile che si tiene ogni anno ad aprile, quando palazzi, musei, cortili, teatri, parchi, stazioni ferroviarie e della metropolitana ospitano allestimenti di design e prodotti d’arredo aperti a tutti gli appassionati e ai curiosi, mai a pagamento, in modo democratico e accogliente. Anche Bookcity ha scelto un approccio simile, così distinguendosi dalla Fiera del libro di Torino, e dal Festival della Letteratura di Mantova.
Impossibile seguire tutto: gli incontri erano oltre 350, con il  Castello Sforzesco – nei fine settimana sempre affollatissimo – come punto di riferimento. Insieme a una mia amica ho ascoltato con gran divertimento Alessandro Bergonzoni, nella metropolitana di Duomo, ma sono arrivata troppo tardi (fila chilometrica) all’incontro con David Grossman. Sono andata a salutare Massimo Bucchi, che al Castello presentava il suo ultimo libro di vignette e, in Piazza della Scala, nelle nuove Gallerie d’Italia, abbiamo ascoltato Vittorio Sermonti che ha incantato l’affollata platea parlando di Dante. Ha avviato il suo intervento stigmatizzando – e mi associo – il discusso parere di Marco Lodoli riguardo il legittimo disinteresse dei giovani per la cultura classica. Ha raccontato che quando sente dire che “con la cultura non si mangia”, lui risponde che “con la cultura si beve”. E Milano si è rivelata – per un evento che è un numero zero, pochissimo pubblicizzato nei giorni precedenti – una città davvero assetata.
Dopo Sermonti sono tornata al Castello dove, pur essendo domenica, e ormai tardi, ancora file interminabili mi hanno costretta a rinunciare ad altri incontri. Ma ovunque nei cortili si parlava di libri, tra giocolieri e musica. Nessuno aveva voglia di andare via.
P.S. Pur essendo una fan di Milano, non avrei mai osato esprimere tutto il mio entusiasmo per la ormai celebre data del 3 dicembre 2012, quando “la giornata perfetta” – cielo cristallino di purissimo zaffiro e le luci lunghe dell’autunno – ha esaltato i contorni di ogni edificio, ha trascinato a ridosso della metropoli le Alpi imbiancate, come un cocchio su cui sedeva il Monte Rosa, ha restituito a tutti il cielo di Lombardia del Manzoni, “così bello quando è bello”. Il coraggio l’ha avuto Gian Arturo Ferrari, con un lungo, commosso articolo sul Corriere della Sera del giorno dopo, in cui sfida ogni retorica e trascorre dal principe Andrej di Guerra e pace allo spread che scende (scendeva, prima del ritorno in campo di Berlusconi) per cantare questo inaspettato orizzonte, “così splendido, così in pace”.
Oggi è Sant’Ambrogio, nevica, si inaugura la stagione della Scala; in Garibaldi è stata aperta la piazza al centro del grattacielo di Cesar Pelli, l’edificio più alto d’Italia; i lavori per l’Expo e per le metropolitane non si fermano mai; nelle Gallerie d’Italia ci si perde – gratis – fra pezzi d’arte meravigliosi. La città vibra. In modo contagioso. Trasmette nuova energia che aiuta a reagire alla crisi.

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Come sono arrivata a leggere Hans Fallada

Da qualche parte, non ricordo dove, avevo notato un breve trafiletto che parlava di Libro di memorie, autore l’ungherese Péter Nádas (Budapest, 1942), candidato al Nobel, e autore di Fine di un romanzo familiare (tutti e due Dalai editore), opera che nel 2009 è stata un grande successo internazionale. Non conosco benissimo la letteratura ungherese, ma cerco di approfondirla perché mi ha sempre sorpresa in modo positivo. Amo Sándor Márai, Agota Kristóf, e altri autori non ungheresi ma loro “vicini di casa”, come l’austriaco d’origine bulgara Elias Canetti (premio Nobel), o il tedesco W. G. Sebald, scomparso prematuramente ormai 11 anni fa, un autore grandissimo e troppo poco letto, come ha scritto addolorato anche Pietro Citati.
Tornando a Nádas, dopo aver appreso che la trama di questo voluminoso romanzo si svolge nella Berlino Est degli anni Settanta del Novecento, e rievoca la rivolta d’Ungheria del 1956, l’ho acquistato e mi ci sono tuffata (766 pagine). Una fascetta sulla copertina riporta il parere di Susan Sontag: “Il più grande romanzo dei nostri tempi”.
Questi non meglio definiti “nostri tempi” devono tuttavia essere di un lasso molto ristretto, perché mi sembra che il Novecento abbia espresso ben altro, e ho abbandonato questo libro a pagina 179, molto delusa. Fino a quel punto, infatti, il contesto storico, che sempre mi interessa in modo particolare, si intuisce a fatica. A pagina 151 si legge: “ Era l’ora dei funerali di Stalin, quando dalla camera ardente allestita nella sala delle colonne il corpo imbalsamato veniva trasportato nel mausoleo.” Ma questo avvenimento epocale offre il pretesto per una digressione sulle tecniche di imbalsamazione, per poi tornare a un amore giovanile del protagonista.
Una scrittura densa, ricca di aggettivazioni e immagini, in un ventaglio amplissimo ed elegante, tiene insieme il doppio binario della trama: un flusso di coscienza che avanza a ondate per libere associazioni, e certamente cattura. Tuttavia, questo non può bastare (almeno per me) a trattenermi sulla pagina, visto che lo sguardo dell’autore non si alza mai sulle cose del mondo, anzi si abbassa troppo spesso sulla lente di un microscopio che indaga ogni intimo anfratto della coscienza e delle emozioni. E non bastano alcune splendide descrizioni della natura, e del protagonista nella natura (sulla diga nel temporale) per riscattare questo andamento infine claustrofobico.
Per quanto riguarda lo stile, non mi convince lo sguardo clinico, a volte crudo sul corpo umano, e sui corpi nelle scene di sesso, quando il racconto va fuori controllo e diventa incoerente, diventa splatter. Definisco splatter l’insistenza su alcune descrizioni raccapriccianti, che spostano l’attenzione di chi legge sul contenuto, facendo dimenticare il suono della voce narrante, il ritmo, l’atmosfera. Lì, l’armonia e la coerenza tra forma e plot vanno a farsi benedire, la pagina letteraria è monca. Ho anche il sospetto che l’alternarsi di argomentazioni nostalgiche e filosofiche,  e repentine scene che non saprei se definire erotiche, sia un po’ voluto, un po’ furbo (il libro è uscito in Ungheria nel 1986 in una versione censurata).
Infine, sono sempre molto infastidita dagli errori di stampa (che infatti segnalo sempre in queste recensioni); alcuni fanno sobbalzare: li paragono allo squillo di un telefonino a teatro durante la scena clou dell’Edipo re. Così è in questo libro, a pagina 116.
E quindi ho chiuso questo cosiddetto capolavoro e sono passata ad Hans Fallada, che mi aspettava da tempo. Un autore, ingiustamente dimenticato, completamente calato nella tragedia del Nazismo. Uno dei pochi che, pur avendo alternative allettanti e comode all’estero, pur odiando la dittatura delle SS, scelse di non lasciare mai il suo Paese.

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Ragionare con i piedi

Se non avessi chiamato questo blog Vedo la Terra Blu – a richiamare un mondo perfetto come si vede dallo spazio, per il mio ostinato ottimismo – avrei potuto chiamarlo Books & the City. I Books (libri) stanno nelle Recensioni; la città è qui, ed è soprattutto Milano, dove vivo.
Negli ultimi giorni, molti articoli sul quartiere di Chinatown, via Paolo Sarpi e dintorni, dove vivo. I cinesi fanno sempre notizia. Uno dei migliori che ho letto è uscito sul Corriere il 19 settembre, firmato da Alessandra Dal Monte. Fa giustizia del luogo comune secondo il quale la zona è ormai colonizzata dai cinesi. Gli immigrati sono a oggi, secondo l’anagrafe, 1699 su 14.761 residenti. Quasi nessuno ha casa di proprietà qui, e secondo il titolare di un’immobiliare Tecnocasa locale le transazioni con acquirente cinese sono al massimo una l’anno. Anche i negozi cinesi spesso sono dati in affitto da proprietari italiani. Ne sono testimone. I cinesi sembrano un’infinità perché vivono insieme, frequentano la strada, i bambini giocano nei cortili e, effettivamente, quando vivono qui ospitano spesso e volentieri parenti, amici, tutto il loro villaggio d’origine, per mangiare, festeggiare, dormire. Tuttavia, la zona è assolutamente italiana, con scuole, palestre, centri di yoga e di danza, studi di registrazione, show room di giovani stilisti e marchi di alta gamma. Ed è una zona che, con l’isola pedonale, la prossima metropolitana, la recente area della moda in Garibaldi, speriamo la nuova sede Feltrinelli, migliora sempre di più.
Chi vuole un’altra prova davvero indicativa, prenoti un trattamento per mani o piedi (nelle comodissime poltrone con massaggio elettrico) nel negozio di via Lomazzo, conosciuto anche fuori Milano. Insegna cinese, dipendenti tutte cinesi (ma non la titolare), e una lista d’attesa che, se si va un sabato mattina estivo, stagione in cui si indossano sandali, rischia di slittare alla settimana successiva, nonostante ci siano almeno 5 postazioni per i trattamenti e l’orario di chiusura siano le 21. Sempre affollato da eleganti signore e giovani ragazze, la clientela è tutta italiana. E secondo me questo viavai è sintomatico di quante milanesi, con relative famiglie, vivano qui. Più di tanti discorsi, a volte serve ragionare con i piedi.

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Noi siamo anche la Grecia

Finalmente, alcuni tecnici, giornalisti, uomini di cultura dicono cose chiare sulla crisi greca all’interno di quella europea. L’economista Jeffrey Sachs, della Columbia University di New York, spiega che i giudizi tagliati con l’accetta dei cosiddetti Paesi virtuosi (Nordeuropa) sono deleteri. Dire che i buoni si devono disinteressare dei vicini cattivi e basta sarebbe disastroso per tutti. Se salta la Grecia – dice – l’euro è finito, perché il trauma non sarebbe riassorbibile (intervista di Eugenio Occorsio, Corriere della Sera).  Meglio l’opera paziente di mediazione del tessitore Mario Monti. Adriana Cerretelli, brillante firma del Sole24ore – che ho sentito alla radio – afferma con sicurezza che l’attuale non è una crisi della Grecia, ma della Germania. Concordo. La signora Merkel, che ultimamente pare più riflessiva, nei mesi passati mi ha ricordato purtroppo il Silvio Berlusconi che negava la crisi italiana. Angela Merkel, come analizza Carlo Bastasin sempre sul Sole, non ha avuto l’onestà e il coraggio, né la capacità, forse, di spiegare ai tedeschi la crisi nella sua complessità. Li ha cullati nella certezza della superiorità tedesca, e nell’illusione che liberarsi, se necessario, della zavorra greca (e anche spagnola, portoghese, italiana) sarebbe stato semplice e indolore.
Forse per puntellare l’inversione di rotta – chissà – si è dato spazio ad analisi filosofiche colte, come quella dell’intellettuale Martin Walser, uscita a fine agosto su Frankfurter Allgemeine Zeitung e Corriere della Sera. Un lungo articolo appassionato su quanto la cultura greca abbia nutrito quella germanica. Io aggiungo di ricordare quanto il mondo antico sia stato riscoperto, amato, divulgato dagli studiosi tedeschi. Già vedo i sorrisini di chi liquida l’importanza delle radici culturali di fronte alle ferree leggi dell’economia. In tal caso dovrebbe valere per tutti. E bisognerebbe quindi sorridere anche delle affermazioni di Karel Lannoo, amministratore delegato del Centre for European policy studies di Bruxelles. Ha scritto per Panorama che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea avrebbe conseguenze gravi. “La G. B. rappresenta infatti un elemento fondamentale dell’eredità culturale e politica dell’Europa”.
Io credo che la Grecia sia importantissima e che non può uscire, come sanno benissimo tutti. Il problema è non affamarla e umiliarla affinché resti, nell’interesse dell’intera Europa. Anche il professor Sachs scrive che ci vuole solidarietà, e bisogna dare più tempo ai Paesi meno virtuosi. Le dilazioni che chiede il premier Samaras. Personalmente, colgo l’occasione per acquistare l’ultimo libro di Petros Markaris (origine turca ma greco a tutti gli effetti) L’esattore (Bompiani), poliziesco già molto ben piazzato nelle classifiche delle vendite. Così i suoi diritti d’autore crescono e il Pil greco, in qualche modo, va meglio. Sorrisini … per questa goccia in mezzo al mare. Sì – rispondo – ma il Mar Egeo.

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Omaggio a due siti a me cari

Il primo sito internet è riferito a un luogo, precisamente la Libreria 6 rosso, di via Alfredo Albertini 6, a Milano, zona Chinatown, dove vivo.
È diventata il mio punto di riferimento (insieme alla superlativa Feltrinelli della Stazione Centrale) perché la titolare, e ora mia amica, Sabina Visintin, per i libri ha proprio fiuto. Fin dall’inizio, circa due anni fa, a ogni mia visita trovavo titoli curiosi, divertenti, e difficili da notare altrove. Nelle recensioni che propongo qui, segnalerò i volumi che ho scoperto in questo accogliente spazio culturale. Per quanto io mi occupi moltissimo di libri, i suoi scaffali mi riservano spesso belle sorprese. E sono contenta di aver suggerito a mia volta a Sabina qualche titolo da proporre, e che lei abbia seguito i miei consigli.
Quando le ho parlato del romanzo di Scibona (la prima recensione che trovate in questo sito) e l’ha ordinato, è stato poi una festa il momento in cui questo titolo non facile ha trovato un acquirente.
La libreria sta su una piazzetta isola pedonale (tutta via Paolo Sarpi è isola pedonale), tranquilla e soleggiata. Vicinissima, un’ottima pasticceria, Galbiati, … e potete immaginare il seguito.
Spesso si fanno presentazioni di libri all’aperto, o feste e musica.
Nel sito della libreria, in data 5 gennaio 2012, Sabina ha recensito con belle parole il mio ultimo libro, la raccolta di Vedo la Terra blu che ho dato alle stampe a fine 2011.
Mi ha fatto una sorpresa, e ora io la faccio a lei.

Il secondo indirizzo che voglio segnalare è www.marinadellabella.it, sottotitolo “Blog di scritture resistenti”. L’autrice è mia cognata, che vive a Fano e lavora nella ricca biblioteca di Pesaro. E una persona molto impegnata, lo si capisce dai contenuti politici e sociali del sito, ma è – secondo me – soprattutto una poetessa. Scrive poesie, qualcuna è nel sito; ma anche quando scrive in prosa scrive poesia. La cosa mi fa sorridere, perché nei suoi testi si coglie il desiderio di toccare e approfondire temi sociali e politici anche forti (vedere i link, a cominciare da quello dell’Anpi). Eppure io, ogni volta, sono catturata soprattutto dallo stile: una lingua molto elegante, cadenzata sempre da una profonda musicalità. La ringrazio comunque per il post del 30 luglio 2012, per il brano dei Weather Report. Che musica! A suo modo, poesia.

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A fine Olimpiade di Londra

Sono contenta di ripartire con la mia raccolta di libere riflessioni (per le precedenti puntate vedi biografia) proprio alla fine della XXX Olimpiade.
(Ricordate: “Olimpiade”, riferito a una precisa edizione, va sempre al singolare. I Giochi Olimpici indicano la manifestazione in generale, nelle sue varie edizioni, e anche un’edizione specifica. Insomma, c’è l’Olimpiade di Londra, Atene, Pechino, e ci sono i Giochi Olimpici in generale, o quelli di Londra, Atene, Pechino in particolare; mentre le Olimpiadi sono solo in generale. Quindi l’importante è non dire mai “le Olimpiadi di Londra”: se si parla di quella di Londra si parla di una Olimpiade, e va al singolare, o dei Giochi Olimpici di Londra.)
Metto nero su bianco alcune riflessioni: in breve, perché tutti hanno già parlato di tutto, ma dico anche la mia, tanto per rompere il ghiaccio, e perché sono appassionata di sport.
Chiarisco subito che ho trovato insopportabili i grillismi di Beppe Grillo sulla corruzione dei Giochi. Come è stato detto da molti in replica, Beppino dimentica che prima di qualunque corruzione sovra e multi nazionale, nello sport c’è l’uomo, con la sua fatica, il senso di disciplina (più mentale che fisica), la determinazione. Nessuna corruzione planetaria potrà mai cancellare la meraviglia di un bambino che incontra un’attività fisica e con questa si trasforma, si emancipa.
Il triste caso del nostro Alex Schwazer non fa che confermare questo approccio, secondo me. Pressioni, condizionamenti, soldi, fragilità: alla fine il dramma sta nel fatto che questo ragazzo non amava la marcia, e non riusciva a dire basta. I discorsi sulle nuotatrici dell’Est, le cinesi, la macchina mediatica, peccano sempre di generalizzazioni.
Parliamo della Semenya (che storia!), di Pistorius (che storia! bella la sua autobiografia, la consiglio), della nostra Josefa Idem, vero simbolo di forza femminile, equilibrio mentale e gioia. Leggiamo Open! Meravigliosa autobiografia del tennista Andre Agassi, un altro che odiava il suo sport, il tennis.
Oscar Pistorius, come ha serenamente spiegato l’immenso Livio Berruti, è un simbolo importante, ma le competizioni sportive si basano sul fatto che tutti partono alla pari. Questo, con lui in gara, non si è potuto realizzare. A questo straordinario personaggio non possono venire tendiniti, strappi, etc. E le protesi, avveniristiche, sembrano rimbalzare molto bene. In conclusione, infatti, l’evento di un div-abile (diversamente abile) che gareggia con gli abili, non mi sembra abbia poi avuto tutta questa eco.
Il simbolo di questi Giochi è Bolt. Punto e basta. Un nero bello come il sole, aitante, allegro, istrionico, che stravince senza fatica, per un Paese che si conosceva solo per una musica meravigliosa (il reggae di Bob Marley), ma indolente.
Carl Lewis ha insinuato dei dubbi su di lui … E PHELPS ALLORA???
Altre icone di Londra: Federica Pellegrini che perde serenamente più volte, nonostante sponsor, pressioni, aspettative. Una vera donna d’oggi. E, sempre fra i nostri, il pugile Roberto Cammarelle, argento, per il discorso mite, umile, autocritico, dopo che gli era stata scippata in modo scandaloso la medaglia d’oro per favorire l’avversario britannico. Ho sentito l’intervista appena sceso dal ring. Pensate sia facile tanta lucidità, proprietà di linguaggio, consapevolezza, alla fine di un incontro di pugilato a quei livelli?
Ricordi negativi. Certamente la povera judoka di fede islamica che ha dovuto combattere con una specie di cuffia da piscina, per i dettami della sua religione. Non ho visto nulla di positivo in questa presenza. Una povera ragazza, allenata dal padre (padrone?), terrorizzata all’idea che durante il combattimento le si potesse sfilare la cuffia. Spesso se l’è sistemata durante l’incontro, e sicuramente non pensava ad altro. Non vedeva l’ora che tutto finisse; e ovviamente ha perso. Anche qui: le due sfidanti, partivano forse alla pari?
Infine, pollice verso per la cerimonia d’apertura, priva di simboli universali, autoreferenziale, vecchia. Non si trattava di sposare il gigantismo di Pechino (cerimonia insuperabile di una civiltà millenaria che parla al mondo con luci, colori, suoni), ma di trovare denominatori comuni del Pianeta. Non potevano partire dall’universalità di Shakespeare? Non lo sanno che la commedia umana del grande bardo, del dolce cigno di Avon (Ben Johnson), come quella di Dante ha detto tutto, ma proprio tutto, dell’animo umano?
Non ci potevo credere!
Infine, non vorrei sembrare troppo talebana, ma la fiaccola olimpica, una volta accesa non si sposta, non si spegne, non si tocca!

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